Orlando innamorato Matteo Maria Boiardo (ed. Scaglione, 1984) Kniha I, zpìv I 9 Erano in corte tutti i paladini Per onorar quella festa gradita, E da ogni parte, da tutti i confini Era in Parigi una gente infinita. Eranvi ancora molti Saracini, Perché corte reale era bandita, Ed era ciascaduno assigurato, Che non sia traditore o rinegato. 10 Per questo era di Spagna molta gente Venuta quivi con soi baron magni: Il re Grandonio, faccia di serpente, E Feraguto da gli occhi griffagni; Re Balugante, di Carlo parente, Isolier, Serpentin, che fôr compagni. Altri vi fôrno assai di grande afare, Come alla giostra poi ve avro a contare. 11 Parigi risuonava de instromenti, Di trombe, di tamburi e di campane; Vedeansi i gran destrier con paramenti, Con foggie disusate, altiere e strane; E d’oro e zoie tanti adornamenti Che nol potrian contar le voci umane; Pero che per gradir lo imperatore Ciascuno oltra al poter si fece onore. (...) 20 Quivi si stava con molta allegrezza, Con parlar basso e bei ragionamenti: Re Carlo, che si vidde in tanta altezza, Tanti re, duci e cavallier valenti, Tutta la gente pagana disprezza, Come arena del mar denanti a i venti; Ma nova cosa che ebbe ad apparire, Fe’ lui con gli altri insieme sbigotire. 21 Pero che in capo della sala bella Quattro giganti grandissimi e fieri Intrarno, e lor nel mezo una donzella, Che era seguita da un sol cavallieri. Essa sembrava matutina stella E giglio d’orto e rosa de verzieri: In somma, a dir di lei la veritate, Non fu veduta mai tanta beltate. 22 Era qui nella sala Galerana, Ed eravi Alda, la moglie de Orlando, Clarice ed Ermelina tanto umana, Ed altre assai, che nel mio dir non spando, Bella ciascuna e di virtu fontana. Dico, bella parea ciascuna, quando Non era giunto in sala ancor quel fiore, Che a l’altre di belta tolse l’onore. 23 Ogni barone e principe cristiano In quella parte ha rivoltato il viso, Né rimase a giacere alcun pagano; Ma ciascun d’essi, de stupor conquiso, Si fece a la donzella prossimano; La qual, con vista allegra e con un riso Da far inamorare un cor di sasso, Incomincio cosi, parlando basso: 24 - Magnanimo segnor, le tue virtute E le prodezze de’ toi paladini, Che sono in terra tanto cognosciute, Quanto distende il mare e soi confini, Mi dan speranza che non sian perdute Le gran fatiche de duo peregrini, Che son venuti dalla fin del mondo Per onorare il tuo stato giocondo. 25 Ed accio ch’io ti faccia manifesta, Con breve ragionar, quella cagione Che ce ha condotti alla tua real festa, Dico che questo e Uberto dal Leone, Di gentil stirpe nato e d’alta gesta, Cacciato del suo regno oltra ragione: Io, che con lui insieme fui cacciata, Son sua sorella, Angelica nomata. 26 Sopra alla Tana ducento giornate, Dove reggemo il nostro tenitoro, Ce fôr di te le novelle aportate, E della giostra e del gran concistoro Di queste nobil gente qui adunate; E come né citta, gemme o tesoro Son premio de virtute, ma si dona Al vincitor di rose una corona. 27 Per tanto ha il mio fratel deliberato, Per sua virtute quivi dimostrare, Dove il fior de’ baroni e radunato, Ad uno ad un per giostra contrastare: O voglia esser pagano o battizato, Fuor de la terra lo venga a trovare, Nel verde prato alla Fonte del Pino, Dove se dice al Petron di Merlino. 28 Ma fia questo con tal condizione (Colui l’ascolti che si vôl provare): Ciascun che sia abattuto de lo arcione, Non possa in altra forma repugnare, E senza piu contesa sia pregione; Ma chi potesse Uberto scavalcare, Colui guadagni la persona mia: Esso andara con suoi giganti via. - Kniha I, zpìv 3 39 Mosso dal loco, il cavalier gagliardo Destina quivi alquanto riposare; E tratto il freno al suo destrier Bagliardo, Pascendo intorno al prato il lascia andare. Esso alla ripa senz’altro riguardo Nella fresca ombra s’ebbe adormentare. Dorme il barone, e nulla se sentiva; Ecco ventura che sopra gli ariva. 40 Angelica, dapoi che fu partita Dalla battaglia orribile ed acerba, Gionse a quel fiume, e la sete la invita Di bere alquanto, e dismonta ne l’erba. Or nova cosa che averite odita! Ché Amor vôl castigar questa superba. Veggendo quel baron nei fior disteso, Fu il cor di lei subitamente acceso. 41 Nel pino atacca il bianco palafreno, E verso di Ranaldo se avicina. Guardando il cavallier tutta vien meno, Né sa pigliar partito la meschina. Era dintorno al prato tutto pieno Di bianchi gigli e di rose di spina; Queste disfoglia, ed empie ambo le mano, E danne in viso al sir de Montealbano. 42 Pur presto si e Ranaldo disvegliato, E la donzella ha sopra a sé veduta, Che salutando l’ha molto onorato. Lui ne la faccia subito se muta, E prestamente nello arcion montato Il parlar dolce di colei rifiuta. Fugge nel bosco per gli arbori spesso: Lei monta il palafreno e segue apresso. 43 E seguitando drieto li ragiona: - Ahi franco cavalier, non me fuggire! Ché t’amo assai piu che la mia persona, E tu per guidardon me fai morire! Gia non sono io Ginamo di Baiona, Che nella selva ti venne assalire, Non son Macario, o Gaino il traditore; Anci odio tutti questi per tuo amore. 44 Io te amo piu che la mia vita assai, E tu me fuggi tanto disdignoso? Voltati almanco, e guarda quel che fai, Se ’l viso mio ti die’ far pauroso, Che con tanta ruina te ne vai Per questo loco oscuro e periglioso. Deh tempra il strabuccato tuo fuggire! Contenta son piu tarda a te seguire. 45 Che se per mia cagion qualche sciagura Te intravenisse, o pur al tuo destriero, Seria mia vita sempre acerba e dura, Se sempre viver mi fosse mistiero. Deh volta un poco indrieto, e poni cura Da cui tu fuggi, o franco cavalliero! Non merta la mia etade esser fuggita, Anci, quando io fuggessi, esser seguita. - Kniha I, zpìv 19 3 Agrican combattea con piu furore, Il conte con piu senno si servava; Gia contrastato avean piu de cinque ore, E l’alba in oriente se schiarava: Or se incomincia la zuffa maggiore. Il superbo Agrican se disperava Che tanto contra esso Orlando dura, E mena un colpo fiero oltra a misura. 4 Giunse a traverso il colpo disperato, E il scudo come un latte al mezzo taglia; Piagar non puote Orlando, che e affatato, Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia. Non puotea il franco conte avere il fiato, Benché Tranchera sua carne non taglia; Fu con tanta ruina la percossa, Che avea fiaccati i nervi e peste l’ossa. 5 Ma non fo gia per questo sbigotito, Anci colpisce con maggior fierezza. Gionse nel scudo, e tutto l’ha partito, Ogni piastra del sbergo e maglia spezza, E nel sinistro fianco l’ha ferito; E fo quel colpo di cotanta asprezza, Che il scudo mezo al prato ando di netto, E ben tre coste li taglio nel petto. 6 Come rugge il leon per la foresta, Allor che l’ha ferito il cacciatore, Cosi il fiero Agrican con piu tempesta Rimena un colpo di troppo furore. Gionse ne l’elmo, al mezo della testa; Non ebbe il conte mai botta maggiore, E tanto uscito e fuor di cognoscenza Che non sa se egli ha il capo, o se egli e senza. 7 Non vedea lume per gli occhi niente, E l’una e l’altra orecchia tintinava; Si spaventato e il suo destrier corrente, Che intorno al prato fuggendo il portava; E serebbe caduto veramente, Se in quella stordigion ponto durava; Ma, sendo nel cader, per tal cagione Tornolli il spirto, e tennese allo arcione. 8 E venne di se stesso vergognoso, Poi che cotanto se vede avanzato. "Come andarai - diceva doloroso - Ad Angelica mai vituperato? Non te ricordi quel viso amoroso, Che a far questa battaglia t’ha mandato? Ma chi e richiesto, e indugia il suo servire, Servendo poi, fa il guidardon perire. 9 Presso a duo giorni ho gia fatto dimora Per il conquisto de un sol cavalliero, E seco a fronte me ritrovo ancora, Né gli ho vantaggio piu che il di primiero. Ma se piu indugio la battaglia un’ora, L’arme abandono ed entro al monastero: Frate mi faccio, e chiamomi dannato, Se mai piu brando mi fia visto al lato." 10 Il fin del suo parlar gia non e inteso, Ché batte e denti e le parole incocca; Foco rasembra di furore acceso Il fiato che esce fuor di naso e bocca. Verso Agricane se ne va disteso, Con Durindana ad ambe mano il tocca Sopra alla spalla destra de riverso; Tutto la taglia quel colpo diverso. 11 Il crudel brando nel petto dichina, E rompe il sbergo e taglia il pancirone; Benché sia grosso e de una maglia fina, Tutto lo fende in fin sotto il gallone: Non fo veduta mai tanta roina. Scende la spada e gionse nello arcione: De osso era questo ed intorno ferrato, Ma Durindana lo mando su il prato. 12 Da il destro lato a l’anguinaglia stanca Era tagliato il re cotanto forte; Perse la vista ed ha la faccia bianca, Come colui ch’e gia gionto alla morte; E benché il spirto e l’anima li manca, Chiamava Orlando, e con parole scorte Sospirando diceva in bassa voce: - Io credo nel tuo Dio, che mori in croce. 13 Batteggiame, barone, alla fontana Prima ch’io perda in tutto la favella; E se mia vita e stata iniqua e strana, Non sia la morte almen de Dio ribella. Lui, che venne a salvar la gente umana, L’anima mia ricoglia tapinella! Ben me confesso che molto peccai, Ma sua misericordia e grande assai. - 14 Piangea quel re, che fo cotanto fiero, E tenia il viso al cel sempre voltato; Poi ad Orlando disse: - Cavalliero, In questo giorno de oggi hai guadagnato, Al mio parere, il piu franco destriero Che mai fosse nel mondo cavalcato; Questo fo tolto ad un forte barone, Che del mio campo dimora pregione. 15 Io non me posso ormai piu sostenire: Levame tu de arcion, baron accorto. Deh non lasciar questa anima perire! Batteggiami oramai, ché gia son morto. Se tu me lasci a tal guisa morire, Ancor n’avrai gran pena e disconforto. - Questo diceva e molte altre parole: Oh quanto al conte ne rincresce e dole! 16 Egli avea pien de lacrime la faccia, E fo smontato in su la terra piana; Ricolse il re ferito nelle braccia, E sopra al marmo il pose alla fontana; E de pianger con seco non si saccia, Chiedendoli perdon con voce umana. Poi battizollo a l’acqua della fonte, Pregando Dio per lui con le man gionte. 17 Poco poi stette che l’ebbe trovato Freddo nel viso e tutta la persona, Onde se avide che egli era passato. Sopra al marmo alla fonte lo abandona, Cosi come era tutto quanto armato, Col brando in mano e con la sua corona; E poi verso il destrier fece riguardo, E pargli di veder che sia Baiardo. Kniha II, zpìv 9 (V paláci Faty Morgany pod hladinou jezera) 31 E dentro a l'atra porta erano passati... až 38 ... pur vol portarlo tutto a Montealbano